Catalogue Record n: 0303267677-0

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Catalogue Record n: 0303267677-0 
Scheda catalografica n: 0303267677-0 
ita 
0303267677-0 
2023-07-19 03:05:53.631409 
ICCD12347438 
% Marani 1965, p. 28, p. 34; Tellini Perina 1965, p. 379): nonostante i due studiosi riferissero erroneamente le lettere individuate agli ambienti di Corte Vecchia e non alle “sale nuove” – precisazione di fondamentale rilievo dovuta a Bazzotti, Berzaghi 1986 (pp. 13-18) – la scoperta di queste carte d’archivio ha consentito di comprendere il motivo della chiamata a Mantova dell’antiquario, interpellato da Guglielmo in qualità di colto consigliere iconografico. In particolare, i soggetti previsti nella camera sono così specificati nella missiva del 14 maggio 1573: “Nella camera [Ligorio] dissegnarà q[ue]lle virtù morali che già V[ostra] Ecc[ellenz]a ordinò ma le accompagnarà con diverse historie a proposito et nel mezo della volta farà la musica dissegnata et tutt’all’intorno li camei variati con figure et instrumenti. Et perché di questa già sa la mente di V[ostra] Ecc[ellenz]a incominciarà sin’oggi a farne li dissegni”. Le “virtù morali” citate sono identificabili con le personificazioni dipinte nelle lunette alle pareti: delle dieci originarie, sette sono le superstiti, ossia – partendo dalla prima della parete est, in senso orario – Pace, Munificenza, Abbondanza (est); Prudenza, Giustizia (sud); Fedeltà o Fede (ovest, prima lunetta); Parsimonia (nord, seconda lunetta). Merita segnalare che in una delle fotografie pubblicate da Cottafavi (1931, p. 89, fig. 2), due delle lunette attualmente prive di tracce pittoriche – l’ultima della parete ovest e la prima dell’adiacente parete nord – risultano ancora caratterizzate dalla presenza di figure: in particolare, nella lunetta sinistra della parete nord si legge il volto di una figura in posizione frontale, lievemente reclinato verso il centro della stanza; una più recente foto d’insieme, pubblicata da Paccagnini 1969, restituisce analogamente le lunette perdute, ma l'autore specifica: “la materia originale di queste danneggiatissime decorazioni pittoriche è per la massima parte perduta e quel poco che ne resta è annegato nelle ridipinture”. Le “diverse historie a proposito” in accompagnamento alle virtù dovrebbero corrispondere ai rilievi in stucco alle pareti che, già interpretate come vicende “del Dio musagete, circondato, seguito, festeggiato da tutte le divinità minori dell’Olimpo” (Giannantoni 1929, p. 103; v. Patricolo 1908, p. 34) valsero alla stanza, a inizio Novecento, l’appellativo di camera (ma anche “camerino” o “gabinetto”) “di Apollo”. Perduta è la scena posta al centro della volta che, stando al documento, doveva verosimilmente corrispondere a una allegoria dipinta della musica, tutt’attorno accompagnata da “li camei variati con figure et instrumenti”, conservatisi. L'esecuzione delle lunette spetta, dopo superate attribuzioni a Francesco Primaticcio e a Ippolito Andreasi, a Lorenzo Costa il Giovane (Bazzotti, Berzaghi 1986, pp. 15-16; Berzaghi 2002, p. 612, nn. 203.1-2), mentre la realizzazione degli stucchi è assegnata a maestranze locali: L'Occaso (2013, p. 182) propone, tra i possibili stuccatori coinvolti nella decorazione dell'anticamera e dei vicini camerini, il nome di Bartolomeo Conti (notizie 1567-1585). Gli ornati delle cornici e i festoni di frutta in stucco policromo e dorato della volta riprendono da vicino i motivi naturalistici delle decorazioni della camera del Pesce o della sala della Mostra nella Rustica (Berzaghi 2003, p. 232). Le vicende conservative della camera tra Otto e Novecento sono ripercorse da Valli (2014, pp. 506-508): nel 1876 fu munita di nuove imposte; risparmiata dall'occupazione militare durante la Prima Guerra Mondiale ma in grave stato d'abbandono, fu integralmente restaurata tra 1927 e 1931 (v. Cottafavi 1931). Sulla parete nord, verso la ovest, vennero allora “in luce le tracce di una finestra o di una comunicazione verso la sala dei Marchesi” e sulla parete sud fu ostruita una porta di comunicazione con la scaletta, “perchè praticata mediante rottura e posteriore”; fu otturata la “grande bocca di camino […] senza spalle e senza cappa” aperta al centro della parete ovest; “per larghe zone le pareti dovettero essere stonacate” e ridipinte, i rilievi alle pareti furono consolidati, e non ricostruiti nelle parti lacunose, mentre sulle sole parti ornamentali (cornici, mensole, capitelli, festoni) si procedette o alla ricostruzione mediante calchi o al consolidamento con “iniezioni di cemento o impasto di gesso, marmorina e scagliola: la maggior parte fu ripulita soltanto da spessi strati di polvere, di muffe e di sudiciume”. Arturo Raffaldini, incaricato del restauro pittorico, riuscì “a liberare completamente in otto lunette su dodici [sic] le tempere decorative da spessi strati di sudiciume”: nelle quattro ormai prive di figure e intonaco, si provvide con macchie di colore. Nel 1965 la ditta Giuseppe Vergani provvede alla sostituzione del pavimento in cotto deteriorato (Valli 2014, p. 508), mentre nel 1988 Consorzio Arké esegue il restauro integrale dell'ambiente (cfr. Bazzotti 1989 e Consorzio Arké 1989) 

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